Dopo aver parlato delle caratteristiche che contraddistinguono la nostra lingua e il nostro modo di comunicare, voglio parlare di un argomento che mi sta molto a cuore e che non tutti conoscono nel profondo: il linguaggio e la comunicazione nel bambino autistico.
Il termine autismo ha origini molto antiche poiché deriva dal greco “autòs” che significa sé stessi, e come sappiamo, la tendenza a chiudersi in sé stessi è proprio quello che contraddistingue i soggetti affetti da questa patologia.
L’autismo, infatti, colpisce ciò che l’uomo ha di più prezioso, ovvero la possibilità di comunicare con gli altri, poiché le aree in cui il bambino o il ragazzo autistico ha maggiori difficoltà sono proprio quelle che riguardano la comunicazione e le abilità sociali.
I sintomi iniziano in maniera evidente intorno ai 3 anni e secondo “L’American Psychiatric Association” le 3 caratteristiche per definizione dell’autismo sono:
- Interazione sociale compromessa;
- Deficit nel linguaggio e nella comunicazione;
- Comportamenti moderati, ripetitivi e stereotipati.
La natura di tali compromissioni può cambiare nel tempo e può variare a seconda del livello di sviluppo del soggetto.
Nei bambini in età infantile vi può essere incapacità a stare in braccio, indifferenza o avversione all’affetto o al contatto fisico, mancanza di contatto visivo, di risposta mimica, di sorrisi finalizzati al rapporto sociale e mancanza di risposta alla voce dei genitori.
I bambini piccoli con questo disturbo possono trattare gli adulti come intercambiabili oppure possono attaccarsi meccanicamente ad una determinata persona o possono usare la mano del genitore per ottenere gli oggetti desiderati senza mai entrare in contatto visivo con loro (come se la mano fosse più rilevante della persona).
Nel corso dello sviluppo il bambino può diventare maggiormente disponibile ad essere coinvolto passivamente nell’interazione sociale, e può anche diventare più interessato alla stessa. Anche in questi casi, però, il bambino tende a trattare le altre persone in modi inusuali (es., aspettandosi che le altre persone rispondano a domande rituali in modi specifici, avendo uno scarso senso del confine tra una persona e l’altra, ed essendo eccessivamente intrusivo nell’interazione sociale).
Nei soggetti più grandi, le prestazioni che comportano memoria a lungo termine (per es., orari dei treni, date storiche, formule chimiche, parole esatte di canzoni ascoltate anni prima) possono essere eccellenti, ma le informazioni tendono ad essere ripetute più e più volte, a prescindere dall’adeguatezza dell’informazione rispetto al contesto sociale.
Inoltre, è stato osservato che gran parte della popolazione autistica (circa la metà) non parla o comunque non ha un linguaggio utilizzabile.
Tra i bambini autistici che acquisiscono il linguaggio, vi sono comunque ritardi di sviluppo e peculiarità significative riguardanti la produzione linguistica; le loro parole, infatti, sono spesso non comunicative e ridondanti, e inoltre raramente questi bambini sono in grado di iniziare una conversazione.
Anche nei casi di autismo ad alto funzionamento emergono caratteristiche evidenti del linguaggio autistico, inoltre se si va ad analizzare la relazione tra il versante della codifica e quello della decodifica, ne fuoriesce un profilo particolare che vuole il versante espressivo migliore di quello ricettivo.
Altra caratteristica fondamentale riscontrabile in tali bambini è la presenza di ecolalia, la quale può essere sia immediata che differita.
Per ecolalia immediata si intende la ripetizione dell’ultima o delle ultime parole sentite, in altre parole i bambini ripetono semplicemente quello che hanno udito senza formulare un discorso proprio; questo fenomeno porta i bambini autistici a parlare di sé stessi usando la terza persona anziché la prima.
Per ecolalia differita, invece, si intende la ripetizione di intere frasi elaborate come unità linguistiche, ovvero come se fossero una singola parola.
Inoltre studi recenti sui bambini autistici hanno evidenziato altre caratteristiche come:
- una inusuale selezione delle parole;
- incoerenza del discorso;
- mancanza di risposta quando viene loro posta una domanda;
- alterazione della prosodia;
- stereotipie verbali;
Chiaramente, i ritardi e le peculiarità relativi alla produzione del linguaggio, sono associati a problemi profondi di comprensione dello stesso, come anche ad altri problemi di comunicazione.
La speranza, sia per i bambini che ne sono colpiti, sia per i genitori che ogni giorno devono combattere contro questo male incurabile, è che si trovi al più presto la causa e conseguentemente la sua soluzione.
Silvia sudano
Benvenuti
Siamo lieti di presentarvi il Blog ufficiale dell' associazione Mary Astell ,dove condivideremo con voi le idee, i pensieri e l'organizzazione di eventi per rendere migliore la nostra città...Proviamoci insieme!
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mercoledì 8 maggio 2013
lunedì 19 novembre 2012
Il gergo giovanile
Tra i vari gerghi, quello
giovanile è sicuramente il più colorito e eterogeneo e ci mostra un esempio di società alternativa
formatasi all’interno della società stessa.
L’interesse dei linguisti per i “gerghi
giovanili” è iniziato da breve tempo e coincide, appunto, con l’analisi del
cosiddetto “plurilinguismo dell’italiano”.
Tale fenomeno, nei giovani, nacque agli inizi
degli anni ’80 grazie al programma televisivo “Drive in” che introdusse i termini della “generazione paninara” i
quali indicavano un gruppo giovanile
nato a Milano
e da lì diffusosi in tutta Italia
e in alcuni paesi europei.
Tale gruppo era caratterizzato, dall'ossessione per le griffe, dal rifiuto
della politica e dal divertimento ad ogni costo.
Da allora, il gergo ha fatto molta strada,
diventando al giorno d’oggi sempre più frequente.
Il linguaggio giovanile odierno ha come base
l’italiano colloquiale, informale e scherzoso nel quale entrano e si mescolano
altri componenti che sono:
1.La componente gergale “tradizionale” che si
riferisce a parole che hanno un’origine gergale (Togo, Secchione, Cotta).
2.La componente gergale “innovativa” che è
quella caratterizzante la lingua dei giovani. Comprende quelle forme
linguistiche create dai giovani attraverso procedimenti che servono a modificare
la forma esterna o il significato della parola. (per esempio il cambiamento del
significato di cozza che assume il valore di ragazza brutta).
3.Dalla pubblicità e dai mezzi di
comunicazione provengono slogan pubblicitari che vengono ripetuti come
tormentoni (mastrolindo per indicare una persona calva o muscolosa).
4.Elementi
tratti da lingue straniere, come i forestierismi, e i pseudoforestierismi
(flesciare
(= colpire, andare fuori di testa, dall’ingl. flash), gym (= ginnastica,
palestra), fly down (= stai calmo), cucador (= uno che “cucca”, che
ha successo con le ragazze).
5.Elementi
tratti dai dialetti (gnocca/bella
ragazza; burino/tipo rozzo; pischella/ragazzina ecc.).
Silvia Sudano.
mercoledì 10 ottobre 2012
Bada come parli: Reti sociali e scelte linguistiche
Come è noto, il linguaggio è la facoltà di comunicare innata nell’uomo, che si realizza in forma di linguaggi verbali, gestuali e non verbali.
I bisogni espressivi e comunicativi danno luogo a una serie infinita di usi linguistici e spiegano quindi la necessita per l’uomo di far ricorso a tutti i linguaggi possibili per una sua piena realizzazione all’interno della comunità in cui vive.
Il titolo della rubrica “bada come parli” pur risultando sottilmente ambiguo, poiché potrebbe suonare come una classificazione dell’universo linguistico in giusto e sbagliato, in realtà non lo è.
Tale titolo va accolto come un invito a riflettere sulla lingua e sul suo funzionamento, all’interno di un contesto sociale, partendo dall’esperienza quotidiana di ognuno di noi.
Reti sociali e scelte linguistiche
Anche se l’italiano, come appare evidente, ha ormai preso il sopravvento sul dialetto, si può osservare che la maggior parte dei parlanti è di norma bilingue, cioè usa quotidianamente sia l’italiano che il dialetto, distinguendoli a seconda degli scopi e degli interlocutori. Il parlante “bilingue”, in genere alterna italiano e dialetto, in funzione di fattori extralinguistici, ovvero in base al luogo in cui si trova, alla situazione comunicativa e all’interlocutore che ha di fronte, scegliendo di volta in volta il codice più appropriato da usare; questo fenomeno prende il nome di “alternanza di codice”.
All’interno dell’alternanza di codice distinguiamo tre diversi modi con cui il parlante utilizza alternativamente italiano e dialetto: “code switching, code mixing e ibridazione”.
Con il termine “code switching” si indica il passaggio da un codice linguistico ad un altro all’interno della stessa comunicazione; dal punto di vista sintattico tale fenomeno è prevalentemente interfrasale, ovvero la commutazione avviene sempre al confine tra una frase e l’altra e ha uno scopo funzionale. I fattori che danno vita al “code switching” possono essere vari: - Il parlante dopo aver iniziato la conversazione con un determinato codice, passa a quello che padroneggia meglio;
- Il parlante passa al codice privilegiato dall’interlocutore per fargli capire che si sta rivolgendo a lui;
- Il parlante cambia codice per segnalare il cambio di argomento nel discorso.
Tale fenomeno comporta, quindi, una sovrapposizione facilmente individuabile delle due grammatiche.
Esempio: Poi io non è che mi posso mettere a fare le telefonate per niente, ogni minuto. U telèfunu u pavu iù! («il telefono lo pago io»)
L’altro meccanismo che permette un incontro tra due o più lingue nello stesso contesto è il cosiddetto “code mixing”.
A differenza del “code switching”, il “code mixing” avviene all’interno della stessa frase e non ha uno scopo funzionale, cioè non ha una specifica funzione comunicativa ma avviene casualmente.
Esempio: Quannu fu ca mi pigghiài («Quando è stato che mi sono preso») quell’assegno.
Il terzo meccanismo nel quale è possibile mescolare i due codici è “l’ibridazione”; tale fenomeno si ha nei casi in cui il parlante prende una parola da un codice e la adatta ad un altro codice, il che risulta una fusione delle regole e delle unità dei due sistemi linguistici (Camilleri → “matonelli per matonelle” oppure “viremo per vediamo”). In genere questo fenomeno si ha nel caso in cui il parlante non riesca a trovare nella propria lingua un termine che corrisponda pienamente alle proprie intenzioni comunicative, ragion per cui prende in prestito parole appartenenti ad un altro codice e le adatta al proprio.
Da quanto detto finora appare chiaro che nonostante al giorno d’oggi la supremazia della lingua italiana sul dialetto sia indiscutibile, in quanto saper parlare in modo corretto è fondamentale per confrontarsi con una molteplicità di persone e situazioni, i dialetti dal canto loro, contenendo indizi di realtà passata e presente, non possono non essere uno strumento importante per favorire una ricchezza culturale e storica.
Silvia Sudano
Il titolo della rubrica “bada come parli” pur risultando sottilmente ambiguo, poiché potrebbe suonare come una classificazione dell’universo linguistico in giusto e sbagliato, in realtà non lo è.
Tale titolo va accolto come un invito a riflettere sulla lingua e sul suo funzionamento, all’interno di un contesto sociale, partendo dall’esperienza quotidiana di ognuno di noi.
Reti sociali e scelte linguistiche
Anche se l’italiano, come appare evidente, ha ormai preso il sopravvento sul dialetto, si può osservare che la maggior parte dei parlanti è di norma bilingue, cioè usa quotidianamente sia l’italiano che il dialetto, distinguendoli a seconda degli scopi e degli interlocutori. Il parlante “bilingue”, in genere alterna italiano e dialetto, in funzione di fattori extralinguistici, ovvero in base al luogo in cui si trova, alla situazione comunicativa e all’interlocutore che ha di fronte, scegliendo di volta in volta il codice più appropriato da usare; questo fenomeno prende il nome di “alternanza di codice”.
All’interno dell’alternanza di codice distinguiamo tre diversi modi con cui il parlante utilizza alternativamente italiano e dialetto: “code switching, code mixing e ibridazione”.
Con il termine “code switching” si indica il passaggio da un codice linguistico ad un altro all’interno della stessa comunicazione; dal punto di vista sintattico tale fenomeno è prevalentemente interfrasale, ovvero la commutazione avviene sempre al confine tra una frase e l’altra e ha uno scopo funzionale. I fattori che danno vita al “code switching” possono essere vari: - Il parlante dopo aver iniziato la conversazione con un determinato codice, passa a quello che padroneggia meglio;
- Il parlante passa al codice privilegiato dall’interlocutore per fargli capire che si sta rivolgendo a lui;
- Il parlante cambia codice per segnalare il cambio di argomento nel discorso.
Tale fenomeno comporta, quindi, una sovrapposizione facilmente individuabile delle due grammatiche.
Esempio: Poi io non è che mi posso mettere a fare le telefonate per niente, ogni minuto. U telèfunu u pavu iù! («il telefono lo pago io»)
L’altro meccanismo che permette un incontro tra due o più lingue nello stesso contesto è il cosiddetto “code mixing”.
A differenza del “code switching”, il “code mixing” avviene all’interno della stessa frase e non ha uno scopo funzionale, cioè non ha una specifica funzione comunicativa ma avviene casualmente.
Esempio: Quannu fu ca mi pigghiài («Quando è stato che mi sono preso») quell’assegno.
Il terzo meccanismo nel quale è possibile mescolare i due codici è “l’ibridazione”; tale fenomeno si ha nei casi in cui il parlante prende una parola da un codice e la adatta ad un altro codice, il che risulta una fusione delle regole e delle unità dei due sistemi linguistici (Camilleri → “matonelli per matonelle” oppure “viremo per vediamo”). In genere questo fenomeno si ha nel caso in cui il parlante non riesca a trovare nella propria lingua un termine che corrisponda pienamente alle proprie intenzioni comunicative, ragion per cui prende in prestito parole appartenenti ad un altro codice e le adatta al proprio.
Da quanto detto finora appare chiaro che nonostante al giorno d’oggi la supremazia della lingua italiana sul dialetto sia indiscutibile, in quanto saper parlare in modo corretto è fondamentale per confrontarsi con una molteplicità di persone e situazioni, i dialetti dal canto loro, contenendo indizi di realtà passata e presente, non possono non essere uno strumento importante per favorire una ricchezza culturale e storica.
Silvia Sudano
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