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sabato 5 gennaio 2013

RICCIDORO

C'erano una volta tre Orsi, che vivevano in una casina nel bosco. C'era Babbo Orso grosso grosso, con una voce grossa grossa; c'era Mamma Orsa grossa la metà, con una voce grossa la metà; e c'era un Orsetto piccolo piccolo con una voce piccola piccola.
 Una mattina i tre Orsi facevano colazione e Mamma Orsa disse: - La pappa e troppo calda, ora. Andiamo a fare una passeggiata nel bosco, mentre la pappa diventa fredda. Cosi i tre Orsi andarono a fare una passeggiata nel bosco. Mentre erano via, arrivò una piccola bimba chiamata Riccidoro. 
Quando vide la casetta nel bosco, si domandò chi mai potesse vivere là dentro, e picchiò alla porta. Nessuno rispose, e la bimba picchiò ancora. Nessuno rispose: Riccidoro allora aprì la porta ed entrò. E là, nella piccola stanza, vide una tavola apparecchiata per tre. C'era una scodella grossa grossa, una scodella grossa la metà e una scodella piccola piccola.
 Riccidoro assaggiò la pappa della scodella grossa grossa: - Oh! E' troppo calda! disse. Assaggiò la pappa della scodella grossa la metà: - Oh! E' troppo fredda!
 Poi assaggiò la pappa della scodella piccola piccola: - Oh ! Questa sì che va bene ! - E se la mangiò tutta. 
Poi entrò in un'altra stanza, e là vide tre seggiole. C'era una seggiola grossa grossa, c'era una seggiola grossa la metà e c'era una seggiola piccola piccola.
 Riccidoro si sedette sulla seggiola grossa grossa: - Oh! Questa è troppo dura! - disse. 
Si sedette sulla seggiola grossa la metà: - Oh! Questa è troppo molle! 
Poi si sedette sulla seggiola piccola piccola: - Oh! Questa sì che va bene! E vi si sedette con tanta forza, che la ruppe.
 Entrò allora in un'altra stanza e là vide tre letti. C'era un letto grosso grosso, c'era un letto grosso la metà, e c'era un letto piccolo piccolo.
 Riccidoro si stese sul letto grosso grosso: Oh! Questo e troppo duro! disse. 
 Provo il letto grosso la metà: - Oh! Questo e troppo molle!
  lnfine provò il letto piccolo piccolo: Oh! Questo si che va bene! sospirò, e subito prese sonno. Mentre Riccidoro dormiva i tre Orsi tornarono dalla passeggiata nel bosco.
 Guardarono la tavola, e Babbo Orso grosso grosso disse con la sua voce grossa grossa:
 - QUALCUNO HA ASSAGGIATO LA MIA PAPPA . 
 Mamma Orsa grossa la metà disse con la sua voce grossa la metà: Qualcuno ha assaggiato la mia pappa ! L'Orsetto piccolo piccolo disse con la sua voce piccola piccola: - Qualcuno ha assaggiato la mia pappa e se l'e mangiata tutta!-
 I tre Orsi entrarono nella camera accanto. Babbo Orso grosso grosso guardò la sua seggiola e disse con la sua voce grossa grossa: - QUALCUNO Sl E' SEDUTO SULLA MIA SEGGIOLA ! Mamma Orsa grossa la metà disse con la sua voce grossa la metà: - Qualcuno si è seduto sulla mia seggiola !
 E l'Orsetto piccolo piccolo gridò con la sua voce piccola piccola: - Qualcuno si è seduto sulla mia seggiola e l'ha rotta! I tre Orsi entrarono infine nella camera da letto. 
 Babbo Orso grosso grosso disse con la sua voce grossa grossa: - QUALCUNO Sl E' STESO SUL MIO LETTO .
Mamma Orsa grossa la metà disse con la sua voce grossa la metà: - Qualcuno si è steso sul mio letto ! 
 E l'Orsetto piccolo piccolo gridò con la sua voce piccola piccola: - Qualcuno si è steso sul mio letto, ed eccola qui! 
 La voce acuta dell'Orsetto piccolo piccolo svegliò Riccidoro, e voi potete ben immaginare come si spaventò nel vedere i tre Orsi che la guardavano. Balzò giù dal letto, attraversò la stanza di corsa, saltò fuori dalla finestrella bassa, e fuggì via nel bosco tanto in fretta come mai le sue gambe l'avevano fatta correre.Dopo un pò, però, si accorse che gli Orsi non erano stati feroci con lei, così decise di ritornare indietro e chiedere scusa alla Famiglia Orso per le disfatte da lei fatte. Davanti all'uscio bussò alla porta, aprì l'Orsetto piccolo piccolo e la fece entrare. Mamma Orsa grossa la metà fece accomodare Riccidoro a tavola e le offrì un dolce. Riccidoro chiese scusa e passò una meravigliosa giornata.


Fine

mercoledì 2 gennaio 2013

Le stelle d'oro

Era rimasta sola al mondo. 
L'avevano messa sopra una strada dicendole: “ Raccomandati al cielo, povera bimba!"
E lei, la piccola orfana, s'era raccomandata al cielo! Aveva giunte le manine, volto gli occhi su, su in alto, e piangendo aveva esclamato: “ Stelle d'oro, aiutatemi voi!"
E girava il mondo così, stendendo la manina alla pietà di quelli che erano meno infelici di lei. L'aiutavano tutti, è vero, ma era una povera vita, la sua: una vita randagia, senza affetti e senza conforti. Un giorno incontrò un povero vecchio cadente; l'orfanella mangiava avidamente un pezzo di pane che una brava donna le aveva appena dato.
 “ Ho fame “ sospirò il vecchio fissando con desiderio infinito il pezzo di pane nelle mani della bimba; 
“ ho tanta fame!"
 “ Eccovi, nonno, il mio pane, mangiate."
 “ Ma, e tu?"
 “ Ne cercherò dell'altro."
 Il vecchio allora la benedisse: “ Oh, se le stelle piovessero su te che hai un cuore così generoso!"
 Un altro giorno la poverina se ne andava dalla città ala campagna vicina. trovò per via una fanciulla che batteva i denti dal freddo; non aveva da ricoprirsi che la pura camicia.
 “ Hai freddo? “ le domandò l'orfanella.
 “ Sì, “ rispose l'altra “ ma non ho neppure un vestito. 
“ Eccoti il mio: io non lo soffro il freddo, e se anche lo sento, mi rende un po' meno pigra."
 “ Tu sei una stella caduta da lassù; oh se potessi, vorrei... vorrei che tutte le altre stelle ti cadessero in grembo come pioggia d'oro. E si divisero."
 L'orfanella abbandonata continuò la strada che la conduceva in campagna, presso una capanna dove pensava di riposare la notte, e l'altra corse via felice dell'abitino che la riparava così bene. La notte cadeva adagio adagio e le stelle del firmamento si accendevano una dopo l'altra come punti d'oro luminosi. L'orfanella le guardava e sorrideva al ricordo dell'augurio del vecchio e di quello uguale della bimba cui aveva regalato generosamente il suo vestito. Aveva freddo anche lei, ora; ma si consolava perché la cascina a cui era diretta non era lontana; già ne aveva riconosciuti i contorni. “ Ah sì! “ pensava: “ se le stelle piovessero oro su di me ne raccoglierei tanto tanto e farei poi tante case grandi grandi per ospitare i bambini abbandonati. Se le stelle di lassù piovessero oro, vorrei consolare tutti quelli che soffrono; sfamerei gli affamati, vestirei i nudi... Mi vestirei “ disse guardandosi con un sorriso; “ io mi vestirei perché, davvero, ho freddo."
 Si sentì nell'aria un canto di voci angeliche, poi il tintinnio armonioso di oro smosso. La bimba guardò in alto: subito cadde in ginocchio e tese la camicina. Le stelle si staccavano dal cielo, e , cambiate in monete d'oro, cadevano a migliaia attorno a quell'angioletto che, sorridendo, le raccoglieva felice: “ Sì, sì! Farò fare, sì, farò fare uno, no... tanti bei palazzi grandi per gli abbandonati e sarò il conforto di tutti quelli che soffrono! Dal cielo, il soave canto di voci di paradiso ripeteva: “ Benedetta! Benedetta!


 J. e W. Grimm

lunedì 24 dicembre 2012

                            TANTI AUGURI A TUTTI VOI!

Fratellino e Sorellina

 C'era una volta una capanna in mezzo al bosco, dove vivevano due bambini, fratello e sorella, con il babbo, perché la mamma era morta. Si sentivano abbastanza soli e furono contenti quando il babbo decise di risposarsi. Speravano che la matrigna avrebbe fatto loro da mamma, che fosse una donna buona, che li amasse e, li consolasse quando si sentivano tristi. Ma la matrigna era una strega astuta e cattiva, che detestava i due bambini. Sgridava e picchiava Fratellino e Sorellina per qualsiasi inezia, e spesso li metteva in castigo senza ragione. I bambini erano molto infelici, pensavano sempre con nostalgia alla loro mamma, e sapevano che sarebbe stata triste nel vederli soffrire così. Decisero allora di andarsene da quella casa.
 La sorellina disse: - Andiamo, Fratellino. Ci faremo compagnia e non ci lasceremo mai.-
 Approfittarono di un momento in cui la matrigna si era addormentata e fuggirono nel bosco. Corsero quanto più poterono per non essere ritrovati. Dormirono nel bosco e il mattino dopo, sentendo il rumore di un ruscello, vi si diressero per bere almeno un po' d'acqua. Fratellino stava per bere, ma la sorella lo fermò. Aveva udito la sorgente mormorare: - Chi mi beve diventa una tigre! Chi mi beve diventa una tigre! - Fratellino, non bere! - supplicò - Altrimenti diventerai una tigre e mi sbranerai.
 -Va bene, - sospirò - andiamo a cercare un'altra sorgente. 
Poco dopo trovarono un ruscelletto, ma anche questo mormorava: - Chi mi beve diventa un lupo! Chi mi beve diventa un lupo! 
- Oh, Fratellino mio, non bere! Altrimenti diventerai un lupo e mi mangerai.
 Il fratellino borbottò: - Va bene, cerchiamo un'altra sorgente; ma non resisto più. Era opera della matrigna, che aveva stregato tutte le fonti del bosco.
 Anche la terza fonte mormorava: - Chi mi beve diventa un capriolo! Chi mi beve diventa un capriolo! - Fratellino mio, non bere! Altrimenti diventerai un capriolo e fuggirai. 
Ma Fratellino non l'ascoltò e bevve a sazietà. Subito si trasformò in un grazioso capriolo dal pelo macchiato di bianco. 
Sorellina, vedendolo, scoppiò a piangere disperata: - Non so come faremo, ma abbiamo giurato di non lasciarci mai, perciò ti terrò con me e continueremo la strada insieme.
 Dopo un po' trovarono una casetta solitaria. - Ci fermeremo qui. - disse la sorellina - Ti preparerò un bel giaciglio, e ogni giorno andrò a cercare da mangiare per me e per te. La sera Sorellina chiudeva gli occhi con la testa appoggiata al dorso di Fratellino. La vita scorreva così, abbastanza tranquilla, anche perché il capriolo poteva parlare e i due fratelli potevano ancora chiacchierare tra loro. Ma un mattino nel bosco risuonò l'abbaiare di cani e uno squillare di corni. Era il giovane re del paese che aveva organizzato una battuta di caccia. 
Il capriolo fu preso dalla smania di uscire. .... Oh, Sorellina mia! - supplicò. - Lasciami andare ad assistere alla caccia, ti prego. 
La sorellina non voleva e cercò sulle prime di opporsi, ma tanto il fratellino nelle spoglie del capriolo insistette che alla fine dovette cedere.
 - Quando tornerai – raccomandò – dovrai dire: «Sorellina, fammi entrare», così io potrò riconoscerti. Altrimenti non aprirò a nessuno perché ho paura dei cacciatori. Fratellino promise e in un momento scomparve nel bosco. Quel giorno si divertì moltissimo: facendosi vedere dai cacciatori ed eludendo ogni volta il loro inseguimento. 
Verso sera ritornò: - Sorellina fammi entrare! La sorellina aprì subito. Il giovane re intanto decise che doveva proprio catturare, ma vivo, quel dispettoso capriolo che per tutto il giorno li aveva fatti correre beffandosi di loro. E all'alba la caccia ricominciò. Fratellino volle uscire, e per la seconda volta si fece beffe di tutti, cacciatori e cani, apparendo e sparendo come il lampo. 
Uno dei cacciatori però riuscì a seguirlo fino alla casetta e lo sentì dire: - Sorellina, fammi entrare! - e vide anche una bella fanciulla che apriva la porta e accoglieva fra le braccia il capriolo. Il cacciatore ritornò dal re e gli narrò ogni cosa.
 Il re desiderò ancora di più catturare vivo quel capriolo. - Non devi uscire più, Fratellino, – diceva intanto Sorellina - altrimenti i cacciatori ti uccideranno, e io resterò sola in questo bosco!
 Ma l'istinto di capriolo era forte e il mattino dopo ricominciò a supplicare: - Sorellina, lasciami andare! - Va bene: ma ti prego, torna presto, altrimenti morirò io! Il capriolo spiccò un balzo e dileguò fra i cespugli.
 Il re e i suoi cavalieri erano già pronti e inseguirono il capriolo fino a sera, senza però riuscire a prenderlo. Alla fine il re diede ordine di lasciarlo in pace, poi andò alla capanna, bussò e disse:
 - Sorellina, fammi entrare! La fanciulla aprì, ma restò di stucco vedendo davanti a sé non il fratellino in forma di capriolo ma un giovane con un manto di porpora e di ermellino e una corona d'oro sulla testa
. - Dov'è il mio fratellino? È morto? - chiese Sorellina singhiozzando disperatamente. 
Il giovane re tentò di tranquillizzarla. - Com'è possibile che siate sorella di un capriolo! Certamente si tratta di un incantesimo! 
Sorellina raccontò le sue sventure e quelle di Fratellino. l re, incantato dalla bellezza della fanciulla, decise di aiutarla, e di condurre con sé i due fratelli al suo palazzo, dove sarebbero stati al sicuro: - Farò immediatamente arrestare la vostra matrigna e la obbligherò a togliere l'incantesimo. In quel momento rientrò anche il capriolo, che andò ad accucciarsi ai piedi di Sorellina.
 Poi, tutti insieme, partirono alla volta del palazzo. Là il re chiese la mano di Sorellina, che acconsentì, felicissima, perché già si era innamorata del re, che era bello e coraggioso. Si fece una grande festa per festeggiare le nozze. Poi furono mandate delle guardie ad arrestare la matrigna. Ma lei rifiutò di liberare Fratellino dall'incantesimo. Allora il re la condannò al rogo. Non appena fu bruciata, il capriolo si accasciò a terra, e Fratellino ritornò a vivere con il proprio aspetto: nel frattempo anche lui era diventato un bellissimo giovane. Fratello e sorella, promettendo in cuor loro che mai si sarebbero lasciati, si abbracciarono e abbracciarono anche il re; poi tutti vissero insieme felici e contenti.
                                                                FINE
Alessandra Santorino.

Le tradizioni del natale

Le tradizioni del Natale sono tantissime: ad esempio perchè le campane suonano? Da dove nasce la tradizione del presepe? E perchè appendiamo il vischio sopra le porte? Eccone alcune.
 La leggenda delle campane di Natale:I pastori si affollarono a Betlemme mentre viaggiavano per incontrare il neonato re. Un piccolo bimbo cieco sedeva sul lato della strada maestra e, sentendo l’annuncio degli angeli, pregò i passanti di condurlo da Gesù Bambino. Nessuno aveva tempo per lui. Quando la folla fu passata e le strade tornarono silenziose, il bimbo udì in lontananza il lieve rintocco di una campana da bestiame. Pensò “Forse quella mucca si trova proprio nella stalla dove è nato Gesù bambino!” e seguì la campana fino alla stalla ove la mucca portò il bimbo cieco fino alla mangiatoia dove giaceva il neonato Gesù.
 Ecco una breve storia del Presepe:La parola presepe deriva dal latino “Praesepe “ che significava letteralmente stalla, mangiatoia e rappresenta una raffigurazione rievocativa e realistica della natività di Gesù. La prima ricostruzione della scena del presepe si attribuisce a S. Francesco nel 1223. La consuetudine di allestire presepi nelle chiese si diffuse nel 1400 a partire dal Regno di Napoli, allargandosi in seguito in tutto il meridione. Intorno al 1500 nasce la cultura del presepe popolare ad opera di S. Gaetano di Thiene il quale diede un decisivo impulso all’ammissione di personaggi secondari vestiti sia secondo le fogge antiche sia dell’epoca a lui coeva. La nascita del “Figurinaio”, cioè del creatore di statuette avviene sotto il regno di Carlo III . La tradizione presepistica siciliana predilige l’utilizzo della terracotta come materiale per la realizzazione di presepi i quali vengono ormai riconosciuti come vere e proprie opere d’arte. 
Le Luci di Natale: Pare che questa tradizione non sia poi così antica, infatti fu Martin Lutero che intorno al 1500 durante la notte della vigilia di Natale si recò nel bosco e vide gli alberi ghiacciati che brillavano illuminati dai bagliori della luna e volle quindi ricreare la stessa atmosfera nel giardino della sua casa. Pensò di ornare l’albero con delle candele e da allora nasce la tradizione delle luci natalizie.
 E chi ha detto che baciarsi sotto il vischio porta fortuna? La leggenda del vischio risale da antichi riti pagani, ed in particolare da una storia; si narra che in Scandinavia vivesse la divinità Baldur, figlio di Odino e della dea Frigg e fratello di Loki. Baldur era giovane e forte e buono, per questo era amato da tutti. Suo fratello Loki era molto geloso ed invidioso dell’amore che il popolo gli dava e minacciò di ucciderlo. Odino decise allora di allertare tutto il popolo e gli ordinò di proteggere il buon Baldur dalle ire del fratello impazzito. Loki costruì una freccia ricavandola dal vischio e con essa uccise il fratello. Quando le divinità si accorsero di quanto accaduto si disperarono e la dea Frigg iniziò a piangere sul corpo del povero Baldur. Le lacrime della dea a contatto con il vischio si trasformarono in perle. Ancora oggi si usa appendere il vischio sulle porte delle case o sopra le arcate come auspicio di tanta fortuna.
Ecco la leggenda dell’agrifoglio: Un piccolo orfanello viveva presso alcuni pastori quando gli angeli araldi apparvero annunciando la lieta novella della nascita di Cristo. Sulla via di Betlemme, il bimbo intrecciò una corona di rami d’alloro per il neonato re. Ma quando la pose davanti a Gesù, la corona gli sembrò così indegna che il pastorello si vergognò del suo dono e cominciò a piangere. Allora Gesù Bambino toccò la corona, fece in modo che le sue foglie brillassero di un verde intenso e cambiò le lacrime dell’orfanello in bacche rosse.

Auguri a Tutti Voi! 


Mariapia Randazzo.


venerdì 21 dicembre 2012

Fantasticando a Natale!

Ciao a tutti, vorrei condividere una nuova e temporanea rubrica dedicata soprattutto alle mamme e a chi, in questi giorni festosi, si vuole proiettare in un mondo fantasioso schiodandosi dalla solita routine che la quotidianità può provocare. Semplicemente, vorrei aiutarvi pubblicando periodicamente delle favole e fiabe da raccontare ai proprio cari in questi giorni natalizi e quale migliore occasione per ricordare che ieri, la prima fiaba ha compiuto 200 anni. Infatti sono trascorsi due secoli dal 20 dicembre del 1812, quando venne presentata per la prima volta la raccolta di fiabe di Jacob Ludwig Karl Grimm e Wilhelm Karl Grimm, meglio noti come i fratelli Grimm. Con i loro racconti hanno contribuito alla crescita fantasiosa di generazioni di bambini, compresi noi. Più di 200 tra fiabe e favole scritte, tra le più famose da loro pubblicate vi sono i classici, come Hänsel e Gretel, Cenerentola, Il principe ranocchio, Cappuccetto Rosso, Biancaneve, I tre porcellini e Pollicino. Voglio inaugurare questa rubrica con una favola, non molto famosa ma sempre meravigliosa.

 Alessandra Santorino


                                                                    Le Tre Piume


 “ C'era una volta un re che aveva tre figli: due erano intelligenti e avveduti, mentre il terzo parlava poco, era semplice, e lo chiamavano il Grullo. Quando il re diventò vecchio e pensò alla sua fine, non sapeva quale dei figli dovesse ereditare il regno dopo la sua morte.
 Allora disse loro: -Andate, colui che mi porterà il tappeto più sottile diventerà re dopo la mia morte-.
 E perché‚ non litigassero fra di loro, li condusse davanti al castello, soffiando fece volare in aria tre piume e disse: -Dovete seguire il loro volo-. 
Una piuma volò verso oriente, l'altra verso occidente, mentre la terza se ne volò diritto e non arrivò molto lontano, ma cadde a terra ben presto. Così un fratello andò a destra, l'altro se ne andò a sinistra; il Grullo invece fu deriso perché‚ dovette fermarsi là dov'era caduta la terza piuma. Il Grullo si mise a sedere tutto triste. D'un tratto scorse una botola accanto alla piuma. 
L'aprì e discese una scala venendosi a trovare davanti a un'altra porta; bussò e sentì gridare dall'interno:-Oh, Donzelletta verde e piccina dalla zampa secca, sparuta cagnolina, ehi proprio tu, stammi a sentire, chi c'è là fuori mi devi dire!-La porta si aprì ed egli vide un rospo grande e grosso, con tanti piccoli rospetti attorno. Il rospo grande gli domandò che cosa egli desiderasse. Rispose -Un tappeto che sia il più bello e il più sottile di tutti-.
 Allora il rospo chiamò uno dei suoi rospetti e disse:-Oh, Donzelletta verde e piccina dalla zampa secca, sparuta cagnolina, ehi proprio tu, stammi ad ascoltare, proprio la scatola mi devi portare!-
La bestiola andò a prendere la scatola e il rospo grande l'aprì e diede al Grullo un tappeto, bello e sottile come nessun altro sulla terra. Il Grullo ringraziò e se ne tornò a casa.
 Gli altri due fratelli credevano che il minore fosse tanto sciocco che non sarebbe stato in grado di trovare nulla. -Perché‚ darsi la pena di cercare tanto!- dissero; tolsero alla prima pecoraia che incontrarono le rozze vesti e le portarono al re. 
In quella arrivò anche il Grullo con il suo bel tappeto, e quando il re lo vide si meravigliò e disse: -Il regno spetta al più giovane-.
 Ma gli altri due non gli diedero pace, dicendo che era impossibile che il Grullo diventasse re; e lo pregarono di porre un'altra condizione. Allora il padre disse: -Erediterà il regno colui che mi porterà l'anello più bello-. Condusse fuori i tre fratelli e soffiò in aria le piume che essi dovevano seguire. I due maggiori se ne andarono di nuovo verso oriente e verso occidente, mentre la piuma del Grullo volò dritta e cadde accanto alla botola. Egli scese di nuovo dal grosso rospo e gli disse che aveva bisogno dell'anello più bello del mondo.
 Il rospo si fece portare la scatola e gli diede un anello bellissimo, quale nessun orefice sulla terra avrebbe mai saputo fare. I due fratelli maggiori si fecero beffe del Grullo che andava in cerca di un anello d'oro, e non si diedero molta pena: schiodarono un anello da un vecchio timone e lo portarono al re. Ma quando questi vide lo splendido anello che aveva portato il Grullo, disse: -Il regno spetta a lui-. Ma i due maggiori tormentarono tanto il re finché egli pose una terza condizione e stabilì che avrebbe ottenuto il regno chi avesse portato a casa la donna più bella. Tornò a soffiare in aria le tre piume, che volarono come le altre volte.
 Allora il Grullo si recò per la terza volta dal rospo e disse: -Devo portare a casa la donna più bella-.
 -Accidenti!- rispose l'animale -la donna più bella! Sarai tu ad averla.- Gli diede una zucca cui erano attaccati sei topolini.
 "Che me ne faccio" pensò il Grullo tutto triste.
 Ma il rospo disse: -Adesso mettici dentro uno dei miei rospetti-. 
Egli ne prese uno a caso e lo mise nella zucca; ma non appena l'ebbe sfiorato, il rospo si tramutò in una bellissima fanciulla, la zucca divenne una carrozza e i sei topolini, sei cavalli. Salirono in carrozza, e il giovane baciò la fanciulla e la portò al re. Giunsero anche i fratelli, che avevano sottovalutato a tal punto il fratello da condurre con loro‚ le prime contadine che avevano incontrato.
 Allora il re disse: -Dopo la mia morte il regno toccherà al minore-. 
Ma i due maggiori ricominciarono di nuovo a protestare dicendo di non poter ammettere che il Grullo diventasse re, e pretesero che avesse la preferenza quello la cui moglie era in grado di saltare attraverso un cerchio appeso in mezzo alla sala. Essi infatti pensavano: "Le contadine sono forti e ci riusciranno, la delicata fanciulla invece si ammazzerà saltando".
 Il re accordò anche questa prova. Le due contadine saltarono e riuscirono sì ad attraversare il cerchio, ma erano così sgraziate che caddero a terra spezzandosi braccia e gambe. Poi saltò la bella fanciulla che il Grullo aveva portato con se, saltò attraverso l'anello con agilità estrema e conquistò il regno. Alla morte del re, il Grullo ereditò così la corona e regnò a lungo con grande saggezza. 
                                                                           
                                                                            FINE